sabato 23 agosto 2008

Aiutate il mio angelo!!!!

















Vedere quel corpicino attaccato ai tubi,imprigionato dai macchinari medici, e' straziante. I raggi della radioterapia trapassano il suo corpo, attaccano il suo cervello, la rendono cieca.Il nostro piccolo angelo, ha 23 mesi. Otto mesi fa è iniziato tutto il calvario. Vorrebbe solo giocare, come tutti i bimbi della sua età. E invece deve lottare con un tumore di oltre cinque centimetri nel suo cervello.Questa e' la storia di nostra figlia che lotta contro i tumori da quando e' nata.Per salvare la nostra bimba occorrono 150 mila euro. L' unico modo per curarla è portarla a Huston, negli Stati Uniti. La piccola è stata operata il 5 novembre al San Raffaele, le hanno asportato un neuroblastoma. Praticamente è un tumore maligno al quarto stadio dentro il cervello, poi i medici del San Raffaele hanno inviato tutta la documentazione al centro Tumori per i controlli. Ma in 22 giorni il tumore si è riformato. Era grosso 17 millimetri, poco più' di un centimetro e mezzo, prima dell'operazione. Ora è grosso 5 centimetri. Ed è iniziato il calvario.Così che nostra figlia inizia a entrare e uscire dagli ospedali. Sta facendo le cure, si sta sottoponendo a un ciclo di ben 33 sedute di radioterapie. Per adesso ne ha fatte 17 e le sono state somministrate due reinfusioni di cellule staminali. Il problema è che lei produce queste cellule cattive. E l'unica soluzione è portarla in America.Il problema è che probabilmente alla fine della radioterapia potrebbero presentarsi problemi neurologici. Poi c'è l'occhio. Inizia a non vederci bene da una parte. I medici dicono pure che purtroppo le possibilità che ne perde uno sono alte. Sono gli effetti della radioterapia. Impossibile, però, non fare le cure. I medici hanno voluto anticipare la radioterapia, anche se ha solo 23 mesi, proprio perchè il tumore è recidivo e ormai è al quarto stadio.








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giovedì 14 agosto 2008

«Sequestro Orlandi, ecco l’auto». Parcheggiata da 13 anni

Trovata la Bmw indicata dalla teste Minardi per il trasporto di Emanuela. Era di un boss della Magliana
ROMA—C’è un nuovo colpo di scena nella vicenda di Emanuela Orlandi, rapita e scomparsa a Roma all’età di 15 anni il 22 giugno 1983. Dopo Sabrina Minardi, la supertestimone, un’altra persona ha deciso di confidarsi con gli inquirenti. È accaduto durante uno degli ultimi interrogatori: «Andate al parcheggio di Villa Borghese, il parcheggio sotterraneo. Là troverete la macchina, la Bmw che state cercando... ». Una rivelazione precisa, senza tentennamenti. La Squadra Mobile è andata sul posto e l’ha trovata. Sì, è proprio la Bmw 745i di color grigio scuro di cui parlò nei mesi scorsi Sabrina Minardi, l’ex moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano, poi diventata la donna di Enrico De Pedis, detto «Renatino», il boss della Banda della Magliana. La Scientifica la sta già esaminando palmo a palmo alla ricerca di qualche traccia di Emanuela. Potrebbe essere un passo avanti importantissimo per l’inchiesta della Procura di Roma, diretta da Giovanni Ferrara.
«Renato e Sergio me la misero in macchina — raccontò agli investigatori nei mesi scorsi la Minardi, che era alla guida di quella Bmw—La ragazza era frastornata, confusa. Piangeva, rideva. Le avevano tagliato i capelli in maniera oscena. Mi disse: Mi chiamo Emanuela...». In quell’occasione — già qualche tempo dopo il rapimento—secondo la Minardi lo stesso De Pedis le chiese di accompagnare la Orlandi con quella Bmw dal benzinaio del Vaticano, dove l’aspettava a bordo di una Mercedes targata Città del Vaticano un uomo distinto, che la supertestimone non ha esitato a descrivere con l’aspetto di un prete, un monsignore.
A rivelare l’ultima novità è il settimanale Visto, oggi in edicola, che pubblica anche la foto dell'auto ritrovata. Ma il particolare che ha suscitato molte perplessità a Palazzo di Giustizia è che la Bmw risulta parcheggiata a Villa Borghese dal 1995: il ticket d’ingresso parla chiaro, cioè ben dodici anni dopo il rapimento e senza che nessuno in questi 13 anni che nel frattempo sono passati si sia mai insospettito per quell’auto abbandonata. Inoltre, secondo Visto, «dai primi accertamenti risulta che il primo proprietario dell'auto sia stato Flavio Carboni, l'imprenditore indagato e poi assolto nel processo di primo grado nell'inchiesta sulla morte del banchiere Roberto Calvi. La Squadra Mobile di Roma sta ancora analizzando l'automobile ma si è già saputo che ha trovato tracce interessanti».
Non è tutto, però. Se è vero che il primo proprietario dell’auto è Flavio Carboni, l’ultimo intestatario della vettura risulta essere un ex appartenente alla Banda della Magliana, ma non De Pedis. Ora, naturalmente, gli agenti della Scientifica stanno già setacciando l’auto nella speranza di trovare qualcosa, anche solo un capello, che possa portarli, venticinque anni dopo, a scoprire la verità sulla sorte della ragazza scomparsa (secondo la Minardi, il corpo chiuso in un sacco fu gettato da Renatino dentro una betoniera a Torvajanica).Forse si tratta anche della stessa macchina utilizzata per il rapimento (quel 22 giugno di 25 anni fa un vigile urbano sostenne di aver visto Emanuela entrare proprio in una Bmw scura davanti al palazzo del Senato). Quello che è certo è che l’ultima scoperta costituisce un puntello solidissimo al racconto dell’ex donna di De Pedis, anche se in molti punti rimane ancora oscuro e sgangherato: «Io a monsignor Marcinkus a volte portavo le ragazze lì, in un appartamento a via di Porta Angelica. Lui era vestito come una persona normale. C’era poi il segretario, un certo Flavio...».

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martedì 12 agosto 2008

I LOVE ART CONTEST



Tra i partecipanti l'artista campana Angela Sellitto con l'opera intitolata " Libertà di amare".















L'amore senza limiti in tutte le sue forme d'espressione... Plantazero y Loveball, hanno invitato disegnatori grafici, fotografi, pinttori e artisti tutti ad interpretare l'amore senza limiti.



Galleria d'arte clicca qui












lunedì 11 agosto 2008

Le cruente immagini degli scontri




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Ossezia del sud




TBILISI (GEORGIA). L'Ossezia del Sud è, come l'Abkhazia, un piccola regione separatista filorussa che ha proclamato l'indipendenza dalla Georgia all'inizio degli anni '90, e l'ha difesa con le armi.

E' grande circa 3.900 km2 - poco più della provincia di Siena - e si estende sul versante meridionale del Caucaso, un centinaio di km a nord di Tbilisi. Capoluogo è Tskhinvali.

Ha 70.000 abitanti. La maggioranza della popolazione è etnicamente distinta dai georgiani e parla una propria lingua, imparentata con il Farsi.

Circa due terzi delle entrate annuali nel bilancio della regione (di circa 20 milioni di euro) vengono da Mosca. La moneta corrente é il rublo russo. Gazprom, il gigante russo dell'energia, sta costruendo gasdotti e infrastrutture per rifornire direttamente l'Ossezia del Sud.

Il conflitto inizia alla fine del 1990 quando l'Ossezia del Sud si autoproclama 'Repubblica sovietica', decisione respinta dal parlamento georgiano (a sua volta in lotta per l'indipendenza dall'Urss) che decreta la dissoluzione di questa regione autonoma. Il 7 gennaio 1991 il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov annulla i decreti di Tbilisi e invia rinforzi alle truppe sovietiche schierate in Ossezia Sud dove nazionalisti osseti e georgiani si affrontano con le armi. Il 19 gennaio 1992 le forze separatiste ossete sconfiggono quelle georgiane; gli osseti con un referendum scelgono l'indipendenza e la riunificazione con l'Ossezia del Nord, territorio parte della Federazione di Russia. Nel giugno 1992, dopo due anni di guerra e migliaia di morti, è concordato un cessate il fuoco e viene schierata una forza di interposizione di 500 uomini (russi, georgiani e nord osseti) che deve mantenere lo statu quo. Continuano però gli incidenti, Tbilisi accusa i 'peacekeeper' russi di sostenere i separatisti, Mosca nega. Nell'agosto 2004 ci sono gravi scontri con numerosi morti sia sud osseti sia georgiani. Nel 2005 il presidente georgiano Mikhail Saakashvili propone alla regione ampia autonomia, ma il 'presidente' sud osseto Eduard Kokoity ribadisce la rivendicazione di indipendenza.

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Tbilisi chiede il cessate il fuoco




MOSCA. Una richiesta di cessate il fuoco e dell'avvio di trattative da parte georgiana accolta con scetticismo a Mosca, la breve apparizione in campo della flotta russa del Mar Nero e lo stato di guerra in Abkhazia segnano il terzo giorno di conflitto fra Georgia e Russia, scatenato venerdì dall'attacco di Tbilisi contro l'Ossezia del sud. Il ministero degli esteri russo afferma di aver ricevuto una nota dalla Georgia nella quale si dice che le forze di Tbilisi hanno lasciato il territorio dell'Ossezia del sud e mantengono un cessate il fuoco, e si chiedono negoziati immediati: ma sottolinea che in base alle testimonianze dei suoi soldati, la notizia è falsa e i combattimenti continuano nella repubblica indipendentista.

La Russia sarebbe pronta a negoziare la pace con la Georgia. L'ambasciatore russo nell'ambito del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, Vitaly
Churkin, si è detto "pronto a mettere fine alla guerra". Il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli Affari politici, Lynne Pascoe, ha detto davanti al Consiglio che i rappresentanti georgiani sono a loro volta "pronti per negoziati immediati" con la Russia. Ha anche reso noto che la Georgia propone di creare un "corridoio umanitario" per i rifugiati civili. Nello stesso tempo, però, il vice ambasciatore britannico Karen Pierce ha chiesto per quale motivo la Russia non sia disposta ad accettare un immediato accordo di cessate il fuoco. E l'ambasciatore Usa Zalmay Khalilzad ha accusato Mosca di opporre resistenza ai tentativi di giungere ad un accordo di pace.

Il presidente russo Dmitri Medvedev, in una colloquio telefonico con il capo di stato francese Nicolas Sarkozy, ha detto che Tbilisi, oltre al ritiro totale e incondizionato, deve anche firmare l'impegno formale a non attaccare più l'Ossezia. Medvedev ha fatto propria la definizione di "genocidio" usata in precedenza dal premier Vladimir Putin per l'attacco contro l'Ossezia del sud e ha ordinato una inchiesta giudiziaria per crimini di guerra. Il georgiano Mikhail Saakashvili ha rivolto un appello alla Nato e all'Onu, mentre i raid aerei russi sul territorio georgiano continuano: in serata è stato colpito un aeroporto militare vicino alla capitale Tbilisi e, secondo il governo georgiano e un testimone dell'agenzia Reuters, anche l'aeroporto internazionale. L'Abkhazia ha votato oggi lo stato di guerra in cinque province vicine al confine e alla gola di Kodori, dove sono attestate forze georgiane, sottoposte a pesanti bombardamenti aerei e dell'artiglieria abkhazi.

La Georgia accusa l'aviazione russa per quelle azioni, Mosca smentisce. L'aeronautica militare russa non ha effettuato bombardamenti sulla Georgia in zone dove vi erano popolazioni civili, contrariamente a quanto sostengono le autorità georgiane, ha detto il vice-capo di stato maggiore russo, generale Anatoli Nogovitsyn. Il ministero della difesa e il comando russo precisano che i loro uomini hanno il mandato di fermarsi al confine sudosseto. Oggi navi della flotta russa del Mar Nero si sono posizionate lungo le coste abkhaze e al limite delle acque territoriali georgiane, per impedire rifornimenti di armi alla Georgia e per scoraggiare sbarchi in Abkhazia. L'Ucraina ha minacciato di bloccarne il rientro a Sebastopoli, base della flotta russa in Crimea, e la Russia ha reagito sottolineando il rischio di una tale mossa sulle relazioni bilaterali.

Nel pomeriggio le navi si sono spostate nel porto russo di Novorossisk, comunque molto vicino al territorio abkhazo. Il viceministro degli esteri russo Grigori Karasin ha confermato il bilancio diffuso ieri dall'ambasciata russa a Tbilisi di 2.000 morti fra la popolazione sudosseta e 30.000 profughi. Tskhinvali, la capitale della repubblica ribelle, è ridotta a un cumulo di macerie, e i primi feriti vengono portati ora nell'Ossezia del nord, in territorio russo, per essere curati negli ospedali di Vladikavkaz. I georgiani per parte loro parlano di 94 vittime accertate in Georgia, fra cui 40 civili. Mosca smentisce bombardamenti su zone abitate, anche quello su"aeroporto internazionale di Tbilisi, e afferma che i suoi unici bersagli sono di natura militare. E secondo fonti del governo russo, una unità della Marina russa hanno affondato una motovedetta lancia-missili georgiana.

L'Abkhazia ha denunciato in serata anche un forte concentramento di truppe georgiane lungo il fiume Inguri, nella cosiddetta zona di interposizione stabilita dagli accordi di pace degli anni '90. Si tratterebbe di 4.000 uomini, artiglieria e carri armati. Anche i miliziani abkhazi hanno dispiegato un loro contingente lungo il fiume. Da Tbilisi arrivano segnali contraddittori: dopo la nota nella quale si chiedeva il cessate il fuoco, fatta su richiesta del presidente Saakashvili, il ministro per la reintegregrazione Timur Iakobashvili, considerato un 'falco', ha affermato che i soldati del contingente georgiano in Iraq, parte dei quali sono rientrati stasera a Tbilisi, verranno dispiegati nella zona di conflitto in Ossezia del sud.

Lo stesso Iakobashvili aveva annunciato in precedenza che le truppe georgiane non si stavano ritirando dai territori sudosseti, ma stavano effettuando un ripiegamento tattico per riposizionarsi, a causa della preponderanza degli effettivi russi. Secondo il politologo moscovita Aleksei Arbatov, Saakashvili non avrebbe il pieno controllo del suo paese, ma sarebbe condizionato dalla fazione dei 'falchi'. Intanto dalle Olimpiadi di Pechino viene un segnale controcorrente: le atlete russa Natalia Paderina e georgiana Nino Salukvadze, rispettivamente argento e bronzo nella gara della pistola 10 metri femminile, si sono abbracciate sul podio. "E' una piccola vittoria per la mia gente - ha detto poi Nino ai giornalisti - se il mondo dovesse trarre una lezione da quello che ho fatto, sarebbe che nel mondo non ci dovrebbero essere guerre da nessuna parte".

Osservatori dell'Onu hanno confermato che in una zona di territorio dell'Abkhazia controllato dalla Georgia vi sono stati bombardamenti aerei. Gli osservatori dell'Onu in Georgia (UNOMIG) hanno riferito che sono stati bombardati villaggi georgiani nella regione settentrionale a nord delle gole di Kodori, come confermato alle Nazioni Unite da Edmond Mulet, segretario generale aggiunto dell'Onu per le operazioni di mantenimento della pace. La zona delle gole di Kodori è l'unica parte del territorio abkhazo controllata dalle truppe georgiane. Mulet ha riferito anche che gli osservatori dell'Onu "hanno anche osservato movimenti, sul fronte abkhazo, di un gran numero di uomini e mezzi militari diretti verso le gole di Kodori". Il presidente abkhazo Sergei Bagapch ha annunciato di aver deciso di "respingere le forze armate georgiane dalla parte superiore delle gole di Kodori" ha riferito ancora Mulet.

Papa Benedetto XVI, appellandosi alla comune eredità cristiana di Georgia e Russia, ha chiesto che in Ossezia del Sud "cessino immediatamente le azioni militari", si riprenda la via del negoziato e "ci si astenga da ulteriori confronti e ritorsioni violente, che possono degenerare in un conflitto di più vasta portata". Il Pontefice ha anche esortato la comunità internazionale e i paesi più influenti a "promuovere iniziative" per una "soluzione pacifica e duratura".

Centodieci italiani e venti cittadini dell'Unione europea hanno lasciato la Georgia diretti a Erevan, in Armenia, da dove con un volo militare raggiungeranno l' Italia. Lo riferiscono all'ANSA fonti della Farnesina, aggiungendo che i connazionali e gli altri cittadini europei dovrebbero arrivare a Roma già domani.

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domenica 10 agosto 2008

L'Arabia vieta l'Olimpiade alle donne E le saudite protestano via web



MILANO - Un gruppo di donne velate di nero dalla testa ai piedi stanno sedute in un campo di calcio, con un pallone ai piedi e le mani incatenate. La musica di sottofondo è One moment in time, di Whitney Houston. Un testo in arabo e poi in inglese scorre sullo schermo: «Partecipare alle Olimpiadi resterà un sogno impossibile per le donne saudite, a meno che non venga eliminato il divieto imposto loro di praticare sport nelle scuole pubbliche e nelle università statali». È il video che l’attivista Wajeha Al Huwaider ha messo su YouTube per protestare contro il suo Paese, l’Arabia Saudita, che vieta alle donne partecipare ai Giochi. La ragione è l’opposizione delle autorità religiose. Al Huwaider, 45 anni, intellettuale saudita, dirige la «Società per la difesa dei diritti delle donne». Lo scorso 8 marzo, per la festa della donna, aveva messo su YouTube un altro video di se stessa che guida sfidando le autorità. Il video olimpico di Al Huwaider dichiara anche che «Aisha, moglie del profeta Maometto, praticava ogni genere di sport ai suoi tempi, sapeva andare a cavallo e combattere».

SPORT VIETATO ALLE DONNE - Ma le autorità religiose saudite non sono d’accordo. A Marzo il Gran Muftì ha ordinato all’università di Riad di cancellare una maratona femminile. I leader religiosi hanno bandito una partita di calcio lo scorso anno. Non solo è proibito alle donne partecipare a qualunque evento sportivo. Lo sport è vietato anche nelle scuole statali femminili, non c’è alcuna federazione che organizzi attività sportive per le ragazze e pochi stadi sono aperti a loro.

LE PIONIERE - Ma ci sono delle pioniere, per esempio le giocatrici della squadra di basket «Jeddah United», che non ha però riconoscimento ufficiale. E qualche mese fa Arwa Mutabagani, una donna, è stata nominata amministratrice della federazione sport equestri, prima saudita ad avere questo titolo. C’è chi ha criticato il Comitato Olimpico Internazionale per non aver fatto abbastanza pressioni sull’Arabia Saudita e averle consentito di presentarsi con una squadra di soli uomini. E c’è chi spera adesso che le cose cambiano prima dei Giochi del 2012. L’attivista Al Huwaider ha lanciato il suo video per ricordare che il problema esiste. Lina al-Maeena, una delle giocatrici di basket di Gedda, qualche mese fa ha detto alla Bbc: «Tutti i paesi arabi e musulmani nel mondo hanno donne che partecipano alle competizioni sportive e qualche anno fa una donna del Bahrein ha corso i 100 metri con il velo. La gente dovrebbe capire che possiamo competere e allo stesso tempo rispettare la nostra religione e cultura».

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